Certe volte ho la sensazione che io debba prendere l’iniziativa, ma in simili occasioni preferisco assumere zuccheri sotto forma di dolci o, dovendo optare per altri stati di aggregazione della materia, da bevande analcoliche in lattina. Non ho potere decisionale in certe situazioni e quindi mi limito a prenderne atto, come se dovessi redigerne un verbale ma passassi il compito a un collega remissivo. Io ci tengo alla mia testa, perciò tra i miei passatempi non figura quello di sbatterla ripetutamente contro il muro. L’insistenza non è nelle mie corde e se anche lo fosse si attorciglierebbe intorno alla sua inutilità, ergo sarebbe fine a se stessa anche se s’ispessisse a forza d’intrigarsi. Scrivere non conduce a nulla, tuttavia io non ho idea se ci sia una meta e da quanto ne so non si può parlare al conducente, ammesso che uno ve ne sia davvero.
Credo che su questo pianeta ci si attardi per abitudine, d’alba in alba, di tramonto in tramonto. Non mi aspetto granché dagli eventi né da terzi e immagino che nessuno si aspetti qualcosa da me: questo stato di fatto lo definisco equipollente. Vorrei mettere da parte le parole per tirare dentro dell’altro, ma faccio di necessità virtù e quindi mi arrangio con quello di cui dispongo: è un modus operandi di cui mi avvalgo da tanti anni. Cosa dovrei combinare? La trasmutazione del piombo in oro? La celebrazione delle nozze mistiche? L’accordo dei contrari? La notte è una giurisdizione e ognuno ha la competenza sui pensieri che la frequentano, ma questi non sono mai del tutto inediti e dunque, in ultima analisi, l’unica ragione per stupirsene è nella propria esperienza, soggettiva per definizione ed ennesima nel computo d’ogni tempo.
Con un segno di comando ristabilisco un punto d'equilibrio. Non v'è in me prossimità alcuna:…
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Mi avvalgo della facoltà di respirare, ma secondo i crismi del pranayama. Non ho le…
Preferisco un sano pragmatismo alla maggior parte di convinzioni ideologiche, dunque non è per l'astratto…
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