Categories: Parole

Una questione di metodo

Sfogliando il calendario mi sono accorto che il Kali Yuga non è ancora finito, perciò continuo a interiorizzarne le dinamiche con il dovuto distacco. Ogni giorno dura circa ventiquattr’ore, ma le ingiustizie che ospita nel proprio arco di tempo sono molte di più, altrettanto convenzionali e assai istruttive sull’indole umana.
Ho in orrore la mia specie e i suoi sviluppi ancora acerbi rispetto ai tempi del cosmo, ma non conosco un esopianeta che sia raggiungibile a bordo di un barcone e quindi non ho i mezzi per emigrare da clandestino ad anni luce di distanza dalla Terra.
Non credo che l’epoca attuale sia peggiore delle precedenti sotto tutti gli aspetti, difatti oggi in molti hanno vantaggi e relative sicurezze su cui le genti del passato non potevano contare, ma nell’assetto sociale sussistono angoli refrattari a ogni smussamento e così, in ragione di questa strenua salvaguardia del peggio, l’efferatezza degli esseri umani trova ancora ampio spazio di manovra. Mi riferisco in particolare alle leggi e alle loro interpretazioni, agli abusi di potere, a tutte quelle forme di sopraffazione che sono corrette nella forma ma classiste e vessatorie nella sostanza. Le parole contano meno di loro stesse e delle intenzioni che esprimono.
La democrazia e il cosiddetto stato di diritto offrono una rassicurazione apparente, ma non garantiscono nulla così come un incoraggiamento e una parola di conforto non possono curare una malattia terminale. Non sono in grado di dire se le cose stiano davvero così benché la tentazione assertiva sia forte, ma lo penso, ne sono convinto nel profondo del mio intimo e cerco di partecipare il meno possibile alla pazzia organizzata nella quale mi ritrovo.
Non ambisco a riflettere sui destini ultimi della specie né a pontificare sul bene e sul male, bensì mi limito a valutare i miei moti interiori e le mie estroversioni per cercare di capire la mia realtà, l’unica che reputo accessibile. Non sono nuovo al solipsismo né voglio diventarne estraneo, infatti trovo che sia il mio ambiente naturale, l’umile fucina in cui giocare all’alchimista. E il resto? Il resto va avanti lo stesso.

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Francesco

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