Riesco a toccare le fiamme che vedo nel monitor perché non scottano e sento vicine le sirene della polizia benché le volanti statunitensi siano lontanissime. La guerriglia urbana ha qualcosa di orgiastico e dionisiaco, ma va a detrimento di chiunque cerchi di sbarcare il lunario in modo onesto e laborioso. Non sono bravo in matematica, ma dubito che quando alle ingiustizie se ne addizionino delle altre il risultato possa differire da un casino crescente. Per me la legge del taglione è perfetta e mi domando come mai la giurisprudenza non si limiti a celebrarne l’efficacia, ma nelle sommosse americane di questi giorni vedo soltanto l’appropriazione indebita di una protesta per il lucro e le frustrazioni personali di codardi razziatori. A me piacciono le insurrezioni, ma soltanto quando portino al crollo dell’ordine di costituito e all’illusione che ogni moto rivoluzionario non sia destinato a esaurirsi nella restaurazione delle sue cause prime.
Qualsiasi scusa è buona per abrogare tutte le altre. Lo ripeterò fino allo sfinimento: secondo me gli esseri umani possono ambire a una certa armonia collettiva solo quando vivano in società piccole, omogenee e distanti tra loro. Mi piacciono le culture nelle loro diversità talora insanabili, ma ho in sommo orrore il multiculturalismo in quanto lo considero una forzatura nociva e pericolosa. Ogni tanto mi chiedo quale aspetto della mia specie la spunterà alla fine: la capacità di adattamento o la reciproca insofferenza delle sue comunità? Sono questioni che esulano dalla durata di una vita media e quindi non me ne frega nulla, ma probabilmente me non me ne curerei manco se la cosa mi riguardasse direttamente.
Ognuno sposa le cause che preferisce e ne appronta con la stessa libertà i relativi divorzi al cospetto del tempo, tuttavia anche sotto questo aspetto risulto celibe e quindi mi mantengo a distanza dagli entusiasmi altrui. Un mondo più equo? Fate vobis. Un mondo più “green”? A me vanno bene anche i colori accesi dei funghi atomici.
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