Non ho letto il Faust di Goethe per ricavare un’esperienza avvincente dal mio investimento di tempo, ma solo per ottemperare a quanto solevo ripromettermi da alcuni anni a questa parte, ovvero conoscere meglio l’opera poiché ne avevo già incontrato più volte plurime citazioni nella saggistica di mio gradimento.
Ho faticato un po’ ad arrivare alla fine dello scritto perché non sono riuscito a goderne lo stile, e di certo non ho ricevuto ausilio dalla mia repulsione verso la narrativa, tuttavia ho còlto il valore simbolico del libro collocandolo nel contesto in cui ne è avvenuta la stesura e senza che io sia riuscito a immedesimarmi nel suo spirito del tempo.
Ho la pretesa (e non so se sia giustificata o meno) di ritenere che ormai il dualismo mi sia chiaro a tutto tondo, come nell’apparente immobilità del tao, perciò ho avvertito un moto di noia quando l’ho trovato preminente tra Mefistofele e in ciò che gli è avverso, e poi di nuovo, durante le battute finali, in Faust stesso, con la polarizzazione definitiva degli aneliti di quest’ultimo che hanno una conclusione celeste, opposta alle premesse ctonie e quindi alla loro reificazione nelle dinamiche con i personaggi secondari.
Una simile lettura su di me non ha suscitato entusiasmo alcuno, non mi ha rapito, non vi ho percepito nessuna tensione spirituale, però l’ho accostata fin dagli esordi a “Il maestro e Margherita” di Michail Bulgakov, e non per la presenza in entrambe le opere di un personaggio femminile con lo stesso nome di battesimo, bensì per la capacità del russo (allora sovietico) di catturare il mio interesse e destare gli archetipi dal sonno della mia ragione, in netta contrapposizione alla noia che invece mi ha cagionato lo scritto del Goethe.
Per me l’ineluttabilità di certe letture è un male necessario, come se costituisse il tedioso recupero di mezzi indispensabili per condurre ricerche importanti, ma fortunatamente si tratta di circostanze sporadiche, episodiche, del tutto tollerabili nel loro saltuario gravame.
Ho sviluppato una spontanea immunità a parecchi tipi di identificazioni e, a fronte di tanti benefici, ne ho ottenuto anche un effetto collaterale, ossia l’incapacità di fare mio il gioco di temporaneo autoinganno su cui fanno leva alcune opere d’arte o presunte tali: un meccanismo analogo sta alla base di dinamiche ancor più prosaiche di quelle anzidette.
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