Intendo soffermarmi su alcuni appunti delle mie letture junghiane. Anzitutto voglio ricordare a me stesso come l'inconscio abbia un concetto del tempo peculiare, diverso da quello della vita vigile: è un elemento chiaro nell'attività onirica e di cui è bene che anch'io tenga conto quando tento d'interpretare quest'ultima. A proposito dei sogni: da quanto ho letto sembra che questi svaniscano dalla memoria ogniqualvolta siano risolti i problemi di cui sono ambasciatori.
Mi ha colpito un'idea che ho trovato nel secondo volume dei seminari sui sogni dei bambini, ovvero quella per cui le emozioni derivano sempre da un mancato adattamento: è lo stesso Jung ad affermarlo e inoltre aggiunge che quelle si annidano dove l'individuo fallisce.
Appena mi ci sono imbattuto mi sono chiesto come andasse intesa una tale dichiarazione in quanto ho avuto subito la sensazione che fosse molto più articolata di quanto apparisse d'acchito, ma, come già mi era successo in casi analoghi, non ho trovato immediatamente degli approfondimenti né dei rimandi bibliografici.
Dopo una breve ricerca sono incorso in un virgolettato di Aion in cui Jung afferma che l'emozione non è un processo attivo dell'individuo, ma è qualcosa che gli accade e anche specchio (come già accennato) di una mancanza di adattamento a una certa situazione.
Queste considerazioni mi consentono d'introdurne un'altra, ovvero quella secondo la quale una persona talvolta ne desidera un'altra solo per possederne le qualità e di conseguenza mi chiedo quale ruolo svolgano le emozioni in simili eventi. Non dubito dell'esistenza di legami autentici e, quantunque io non abbia mai esperito nulla del genere, non posso certo credere che qualsiasi relazione scaturisca dalle dinamiche suesposte, ma allo stesso tempo concedo un giusto peso alle parole di Jung perché sono avallate da fatti ricorrenti che ognuno può constatare da sé.
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