Queste ore notturne sono infarcite di silenzi e abbellite da luci soffuse, pigre e irritate: le luci dei monolocali che osservo dal basso, le luci dei lampioni, le luci delle auto che percorrono le strade comunali di questo territorio dedito al turismo. Sono luci che conosco, sono luci artificiali che illuminano per poco. Per me l’illuminazione non è la presunta unzione di una qualsivoglia divinità né la sosta prolungata in un solarium, credo invece che sia la costante capacità di attrezzare la realtà per ospitare la propria felicità. Occorre fare posto tra i pregiudizi e le delusioni, tra la pigrizia e la propria forza, tra ogni pausa e ogni causa di forza maggiore. Le parole non servono a molto perché non hanno concretezza immediata, e se io continuo a scriverle è solo perché, per ora, non ho di meglio da fare; credo che continuerò a scrivere per molto tempo. Queste sono parole sonnambule che dovrebbero riposare dentro me invece di traboccare dalla mia coscienza. Ecco ciò che farò nei prossimi dieci minuti: finirò di scrivere questo messaggio, spegnerò lo schermo, mi alzerò, spegnerò la luce della mia stanza, regolerò il volume del mio televisore e guarderò un film, uno a caso; mi stenderò sul letto, farò una carezza al muro e concentrerò i miei sensi da finto cinefilo sull’ignaro film che dovrà sopportarmi come spettatore.
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